Sono
americani, e, si sa, hanno un modo di fare cinema tutto loro. Rock of
Ages non è un gran film: ha evidenti falle nella sceneggiatura, è troppo
lungo e soprattutto rischia di passare praticamente inosservato a ben
precise fasce di pubblico. Però, diamine, è una delle pellicole più
coinvolgenti e rilassanti degli ultimi anni. Diretta con straordinaria
sicurezza da Adam Shankman, ex coreografo che chi scrive non ha mai
apprezzato particolarmente (eccezion fatta per un altro musical da lui
girato, quell' Hairspray che avrebbe dovuto rilanciare la carriera di
John Travolta), Rock of Ages è l'adattamento cinematografico di un
musical di successo, ambientato nella Los Angeles del 1987: la giovane
Sherrie si reca con una valigia di dischi e sogni nella malsana città
degli Angeli e incontra l'imberbe Drew, cameriere al Bourbon Room ed
aspirante star musicale. Attorno a loro c'è un bizzarro mondo di canzoni
glam rock degli anni Ottanta che vengono inserite nella trama: pezzi
dei Def Leppard, dei Poison, dei Twisted Sister, di Bon Jovi, e chi più
ne ha più ne metta. Non ci sono stacchi intellettuali: i brani partono
da un momento all'altro, tra una battuta scontata e una gag da
supermercato che però, ci piaccia o no, diverte. I due pupi,
interpretati dalla splendida Julianne Hough e dal rubicondo Diego Boneta
(praticamente due esordienti assoluti), sembrano due scolaretti in gita
premio. Ed è l'intento del regista renderli ingenui e del tutto vittime
consapevolissime del gioco di tortura del rock in scena losangelina di
quel periodo. L'epoca delle groupie, di Axl Rose, della cocaina, di un
para-universo di scotch, sudore e sigarette lontano – ma non troppo -
dai mostri generati dalle paure degli anni Novanta. Cantando e ballando,
i due giovinetti sono sovrastati dalla presenza carnale del rocker
Stacey Jaxx, leader indiscutibilmente carismatico di un gruppo in
procinto di scioglimento, gli Arsenal.
Ed
è qui che entra in gioco l'asso nella manica del film: Tom Cruise.
Cruise ha cinquant'anni ma ne dimostra trentasei, è tonico, si arrampica
sulle impalcature e canta superlativamente, dando al suo personaggio
quello spessore inattaccabile posizionato a metà tra la buffonaggine e
l'assoluta consapevolezza del proprio titanismo. Già dal suo ingresso in
scena si capisce molto: lui le donne le distrugge, le manipola, le
capisce e le allontana; si mangia il palco e cammina come farebbe
Achille se decidesse di darsi al rock. Scardinare il trionfale vigore
sessuale di Stacey Jaxx è la missione di Patricia Whitmore, first lady
(è la moglie del sindaco) in cerca di vendetta: da ragazza è stata tra
le vittime sciupate dal divo. E ha deciso di far chiudere il Bourbon
Club, dove Stacey si esibirà in concerto. E a darle volto e carne è
l'altra grande presenza del film, Catherine Zeta-Jones: di pastello
vestita, sembra uscita da un film di John Waters. Grintosa e indiavolata
come ai tempi di Chicago, si guadagna il numero migliore del film:
all'interno di una chiesa canta e balla sulle note di Hit me with your
best shot (inno sessuale di Pat Benatar), sfidando l'icona di Stacey
Jaxx crocifissa su un muro e imponendo la rabbia e il suo desiderio di
rivalsa sul mondo di musica detestabile che la circonda. La tensione tra
i due è palpabile durante le due ore di film: si incontreranno sul
finale, dentro un'unica, breve sequenza. Cruise e Zeta-Jones, volti
emblema degli anni Novanta, divertiti, nvecchiati e ancora possenti in
un film sugli Ottanta: sì, questo è il bello del cinema. A completare tutto, un cast di supporto eccellente: Alec Baldwin, Russel Brand (rispettivamente proprietario e capo-cameriere del Bourbon), la bravissima Mary J. Blige, Bryan Cranston, Paul Giamatti che recita come se avesse a che fare con Shakespeare e Malin Akerman, che Shankman inquadra con morbosa ossessione: è bellissima e dolente, sesso e castità, indiscrezione e timidezza: quando canta I want to know what love is (meraviglioso pezzo dei Foreigner), numero che Shankman filma con impressionante consapevolezza delle proprie abilità, riesce a generare sentimenti di intimità, sfrenata sessualità e al contempo goffaggine. Rock of Ages è una gradevole baracconata: e non è da tutti rendere dignitose le baracconate, gestendo bene i ritmi, i tempi comici, il divertimento degli attori nel concedersi a contesti di assoluto patetismo istrionico. È questo il caso. Sono americani, e sanno divertirci (e divertirsi) con poco.
Giuseppe Paternò di Raddusa
"Rock of Ages"- Trailer
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